Ho incontrato un Santo

San Giovanni Paolo II oggi avrebbe compiuto cento anni. Voglio ricordare la figura di questo Papa che ha accompagnato la mia vita per tutto il tempo del suo pontificato (dal 16 ottobre del 1978 al 2 aprile del 2005) e che adesso, ancor più , è per me un punto di riferimento molto importante. Avevo 21 anni quando diventò il 264° Papa nella Storia della Chiesa. Ero una ragazza piena di sogni e di speranze,  alla ricerca di nuove esperienze che potessero dare sempre più senso alla mia vita. Mi trovavo a casa di Gianni e insieme seguimmo in diretta TV la sua nomina. Mi piacque subito “quell’uomo venuto da molto lontano”! L’anno dopo, il 21 aprile,  ebbi la possibilità di vederlo molto da vicino. Andai in gita a Roma e a Piazza San Pietro Gianni mi tenne a cavalcioni sulle sue spalle per darmi la possibilità di vederlo meglio, mentre passava tra la folla; non riuscii a stringergli la mano, ma i nostri sguardi si incrociarono. Mi sento una privilegiata per aver visto così da vicino un Santo. Il 13 maggio del 1981 ci fu l’attentato e temetti tanto per la sua vita. Quattro giorni dopo recitò l’ Angelus dall’Ospedale e, ascoltandolo, apprezzai due cose di lui: la sua capacità di perdonare, quando pregò per il fratello che lo aveva colpito, e la sua straordinaria forza d’animo. Per non parlare, poi,  della visita in carcere al suo attentatore Ali Agca, il suo gesto più grande, quello che lo ha consacrato Santo mentre era ancora in vita.
Oggi Papa Francesco ha celebrato una messa sulla sua tomba e nella sua omelia ha messo in risalto i tre aspetti che hanno caratterizzato la vita di questo grande uomo: la preghiera, la  vicinanza al popolo e l’amore per la giustizia piena che va insieme alla misericordia. Ho assistito con una certa emozione a questa celebrazione eucaristica che è stata l’ultima trasmessa in diretta e celebrata dal Papa, che ci ha fatto compagnia in tutto il periodo di chiusura per l’emergenza Covid-19.  E’ stata una bella coincidenza quella che proprio nel giorno del centesimo anniversario della nascita di San Giovanni Paolo II siano riprese le celebrazioni eucaristiche nelle chiese italiane, ma, a dire la verità, mi mancherà molto la diretta da Santa Marta, con la quale la mia giornata lavorativa iniziava con un sapore speciale.

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Ciliegie, festa e nostalgia

La zona pedemontana della nostra Città è caratterizzata dalla presenza di grandi ciliegi che, dopo aver formato durante la fioritura una sorta di incantevole nuvola bianca, producono quello che è uno dei frutti più amati, la ciliegia. Chi da bambino, almeno una volta, non ha messo intorno all’orecchio due ciliegie attaccate? E’ un frutto che con i suoi colori e con il fatto che “una tira l’altra” riempie di gioia e riesce a farci andare indietro nel tempo. E, proprio andando indietro nel tempo, voglio ricordare la Sagra della ciliegia che veniva organizzata a Pucciano, alla fine degli anni Settanta, in occasione dell’Ascensione. Dopo la messa che veniva celebrata sulla terrazza che circonda la Croce, si scendeva tutti in paese, dove, oltre a degustare vari tipi di questo frutto, si aveva la possibilità di trascorrere alcune ore in allegria, assistendo a spettacoli canori o di danze folkloristiche. Ciliegie, festa, nostalgia … quante volte in questi giorni di quarantena ho fatto dei viaggi nel passato! Ho rivisto anche vecchie foto e mi sono chiesta che può attualmente conservare immagini di quei momenti. Ricordo di aver visto qualche fotografo che scattava durante il gioco dell’albero della cuccagna, quando alcune squadre si sfidavano, cercando di raggiungere la cima di un palo coperto di grasso, per prendere dei premi e ci sono stati scatti anche durante l’esibizione di gruppi folkloristici che eseguivano danze popolari nella piazzetta antistante la chiesa. Erano altri tempi. Oggi sicuramente le bacheche dei social sarebbero state invase da foto di ogni genere. Per fortuna ciò che è stato bello resta impresso nel cuor! … ma voi puccianesi, potete dare uno sguardo nel baule dei vostri ricordi, per vedere se trovate qualche foto che potrebbe aiutarci a mettere su la storia del nostro borgo?

festa ciliegie

35 scatti di CuoRe

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Benedetto sei tu, o Padre, perché ci hai benignamente assistiti nelle vicende lieti e tristi della vita. Aiutaci con la tua grazia a rimanere sempre fedeli nel reciproco amore, per essere buoni testimoni del patto di alleanza in Cristo Signore. Amen

C’era una volta …

C’era una volta …” iniziano tutte così le storie dell’infanzia che piacciono tanto ai bambini …. “C’era una volta…” potrebbe  iniziare così la storia di un luogo di cui i puccianesi andavano fieri: la fontanella.
Facendo un salto  indietro nel tempo, andare “sulla fontanella” significava fare una passeggiata mano nella mano con il nonno che aveva sempre mille cose da spiegare e da insegnare.
Negli anni successivi, andare “sulla fontanella” significava uscire in gruppo,  fare un bel percorso in salita, con tanto di merendina nel sacchetto, arrivare lì e bere dell’acqua freschissima, magari ascoltando le canzoni della hit parade attraverso uno di quei registratori portatili con radio incorporata, grosso quanto una scatola …. per non parlare del giorno di Pasquetta!
Quante persone raggiungevano questo luogo e organizzavano dei picnic lì nei dintorni o sul terrazzo della casa dove erano i serbatoi…. ma perchè  “C’era una volta”, perchè questo verbo all’imperfetto?
C’era,  perchè da un bel po’ di tempo  la fontanella non c’è più …
Restano i ricordi … l’anguria tenuta in fresco in una sera di agosto … l’acqua fresca sulla testa sudata dopo una lunga corsa… quel contatto con la natura che faceva tanto bene allo spirito, quei gruppi di amici che sono rimasti tali, la raccolta delle more … e poi delle castagne … la fontanella, un altro simbolo di quella Pucciano che non esiste più ma che ci fa ancora battere il cuore.

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Analogie (II parte)

Una nuova analogia, tra ciò che fu e ciò che è, si è affacciata alla mia mente questa mattina: tra il nostro stato d’animo attuale e quello degli apostoli dopo la morte del loro Maestro. Anche questi ultimi, come noi, dopo le vicende della Passione, avevano la sensazione che niente sarebbe stato più come prima; anche loro  erano chiusi nel cenacolo con il fiato sospeso, perché avevano paura; non riuscivano neanche ad immaginare cosa sarebbe successo e, se pure capitava loro di pensare a qualcosa, progettavano un’eventuale fuga dalla persecuzione, perché di certo correvano il rischio di essere uccisi. Tra loro, come tra noi oggi, regnava l’impotenza. E’ vero, l’unica cosa che possiamo fare è “restare a casa”, ma poi? Potremo un giorno ricominciare a gestire la nostra vita? Intanto siamo qui, chiusi tra le mura domestiche, come loro stavano nel Cenacolo. Lo Stato ci richiede dei sacrifici, ma cosa ci succederà dopo?  Avremo la forza di far alzare le vele a questa “barca” che continua a navigare in acque poco tranquille? E i nostri bambini? Riusciranno a ritornare a scuola e a recuperare? Penso che in questo periodo stiamo avendo anche una grossa opportunità, quella di stare tutti insieme in casa, di riscoprire sane abitudini, di vedere tante cose che prima ci sfuggivano. Come gli Apostoli ci stiamo preparando alla risurrezione con la consapevolezza che tutto “andrà tutto bene”, ma, secondo me, tante cose dovranno restare come sono adesso:  dovremo avere rispetto per la natura e per l’ambiente, dovremo provare ancora gioia nell’impastare una pizza tutti insieme,  dovremo stare più tempo con i nostri bambini,  dovremo pregare tutti insieme con la certezza che Dio non ci abbandona mai. Dobbiamo vivere questo sabato santo con la certezza che quegli abbracci e quei baci che adesso ci fanno paura, un giorno avranno un valore diverso e riusciranno davvero a farci sentire  fratelli.

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Giovedì santo senza “sepolcri”

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Questa foto mi ha provocato una grande emozione, mi ha riportato indietro nel tempo, quando un po’ in  tutte le zone di Nocera Superiore, ma in modo particolare a Pucciano, c’era l’usanza, il Giovedì santo, di raggiungere la cosiddetta “Terrasanta”, posta alle spalle del Battistero. Già nei giorni precedenti le signore portavano fiori e provvedevano ad ornare l’altare, sotto il quale era l’affresco di un Gesù Morto, poi nel giorno in cui si ricorda l’Ultima cena tornavano e recitavano preghiere alternate a momenti di silenzio. Mia nonna era un’assidua frequentatrice di questo luogo considerato sacro e quasi sempre mi portava con lei. L’odore della cera misto a quello dei fiori è ancora vivo in me che ingenuamente credevo che quello fosse proprio il sepolcro nel quale un giorno era stato deposto il corpo di Gesù e le raccontavo che un certo Goffredo di Buglione si era inginocchiato a quell’altare quando aveva liberato la Terrasanta durante la prima Crociata.  Ero piccola, però, mi chiedevo come mai il giovedì  santo Gesù veniva messo nel Sepolcro e poi il giorno dopo si faceva la Processione … Allora nessuno ci diceva che l’altare del Giovedì si chiamava “altare della reposizione” e non sepolcro;   solo nel 1998 con un provvedimento della Congregazione per il Culto divino sulla preparazione e sulla celebrazione delle feste pasquali si stabilì che, per il giorno del Giovedì santo, il tabernacolo in cui viene custodito il Corpo di Cristo non dovesse avere la forma di sepolcro e che si dovesse evitare di chiamarlo in tal modo. In un’altra parte del documento veniva pure spiegato che l’altare della reposizione non era allestito per rappresentare la sepoltura del Signore ma per custodire il Pane Eucaristico che sarebbe stato distribuito, il giorno successivo, durante l’azione liturgica del Venerdì santo. Le abitudini secolari, si sa,  sono dure a morire e così alcune usanze di una volta, come la visita alle tre chiese con il tradizionale “struscio” hanno continuato a vivere. E’ bastato un virus invisibile per mettere fine a questa tradizione. Probabilmente è giunto il momento di dare il giusto valore alle cose e di badare soprattutto all’essenziale. 

Un “Raffaello” a Nocera

Era il 6 aprile 1520 quando, all’età di 37 anni, moriva uno dei massimi rappresentanti del Rinascimento italiano e di ogni tempo: Raffaello Sanzio. Da allora sono passati 500 anni e purtroppo tante manifestazioni programmate per ricordare questo anniversario sono saltate a causa del Covid-19, che sta seminando morte e panico in tanti Paesi del mondo e soprattutto in Italia, patria del famoso pittore e architetto di Urbino. Durante la sua breve vita Raffaello ha dipinto tanto e ci ha lasciato ritratti, affreschi e tante Madonne con Bambino. Una di queste Madonne è attualmente conservata alla National Gallery of Art di New York, donata dal collezionista americano Andrew W. Mellon insieme a tanti altri quadri che aveva acquistato dalla Russia che, a sua volta, aveva preso a Madrid la collezione del Duca d’Alba, da cui deriva la il nome “ La Madonna d’Alba”. Prima di arrivare in Spagna, questa quadro era stato per parecchio tempo nel Santuario di Santa Maria dei Miracoli a Nocera Inferiore, dove era giunto probabilmente grazie ad una commissione di Paolo Giovio, allora vescovo della Diocesi. Qualcuno pensa che sia stato portato dalle nostre parti da Giambattista Castaldo che se ne era appropriato dopo il sacco di Roma del 1527, in ogni modo esso restò a Nocera fino a quando il vicerè di Napoli non lo prese per portarlo in Spagna. Nel quadro sono rappresentati Gesù Bambino, la Vergine Maria e San Giovanni Battista. Gesù Bambino sta in braccio alla madre e cerca di prendere la croce che tiene in mano suo cugino. Potrebbe sembrare un gioco tra bambini e invece è possibile fare una riflessione su quella croce che occupa il centro della composizione: tutti e tre i personaggi la guardano, come se sapessero che un giorno Gesù non si sarebbe potuto sottrarre ad essa. Della Madonna d’Alba furono realizzate numerose copie ed una di queste è rimasta nella “mia” chiesa fino a quando non fu rubata nel periodo post-terremoto.  Attualmente ce n’è un’altra, ma nella fattezza è ben lontana da quella che aveva colori stupendi ed uno sfondo in cui si vedeva in lontananza un edificio che somigliava tanto al nostro Battistero.  Per me è motivo di orgoglio pensare che un’opera così bella del Maestro urbinate sia stata nel Santuario situato su quella montagna che delimita e protegge da sempre la mia Città.

panoramica chiesa anni sessanta

Io resto a casa con pensieri in libertà

Per la giornata di oggi il Santo Padre ci aveva invitati a recitare il Padre nostro alle ore 12:00 e tutti insieme in famiglia abbiamo recitato con lui la preghiera che Gesù stesso ci ha insegnato; in serata reciteremo anche il rosario, però noi italiani avevamo ricevuto anche un altro invito per oggi, quello di leggere qualche verso di Dante Alighieri, del quale ricorre la prima giornata nazionale, il Dantedì. Naturalmente non è stato dato molto rilievo a questo evento, per il quale erano state previste tante manifestazioni, però ho voluto leggere ugualmente qualcosa del Sommo Poeta e sono andata alla ricerca di qualche verso che mi desse la possibilità  di fare una riflessione. Nella Divina Commedia al XXIX  canto ho trovato questo:

Non credo ch’a veder maggior tristizia

fosse in Egina il popol tutto infermo,

quando fu l’aere sì pien di malizia,

che li animali, infino al picciol vermo,

cascaron tutti, e poi le genti antiche,

secondo che i poeti hanno per fermo,

si ristorar di seme di formiche;

ch’era a veder per quella oscura valle

languir li spirti per diverse biche.

 A Egina, quando l’aria fu talmente satura di peste che tutti gli animali furono uccisi sino al più piccolo verme, e le genti antiche, secondo la testimonianza dei poeti, si ripopolarono con le formiche, non credo che la visione di tutto il popolo ammalato fosse più triste di quella dell’oscura fossa, dove gli spiriti languivano ammassati in mucchi.

Questi versi si riferiscono alla pestilenza raccontata anche da Ovidio nelle Metamorfosi, quella che distrusse l’intera popolazione di Egina, lasciando in vita solo il re Eaco, figlio di una ninfa, il quale ottenne da Giove che il luogo fosse ripopolato con la trasformazione in uomini di tutte le formiche che erano ai piedi della quercia dove era seduto. Il paragone voleva sottolineare la miserabile condizione in cui versavano i falsari nella decima bolgia dell’ottavo cerchio dell’Inferno, però anche  nel Convivio Dante tratta questo argomento e spiega come il re “saviamente ricorse a Dio” e come, di conseguenza, “lo suo popolo ristorato li fu”, sottolineando che il re, con umile atteggiamento,  ricorrendo a Dio, ottenne la rinascita del suo popolo.

Anche oggi ci rivolgiamo a Dio e non vogliamo arrenderci al coronavirus. Siamo distanti ma la preghiera ci unisce. L’ ”invisibile” ci ha fatto riscoprire la bellezza della preghiera e anche del pregare insieme mediante quei mezzi che fino a pochissimo tempo fa erano visti come strumenti che portano all’isolamento. Il periodo quaresimale, però, ci invita anche al silenzio e alla meditazione personale e allora è bene ritagliarsi  un po’ del proprio tempo per mettersi in contatto con Dio “nel segreto della propria camera” e sono sicura che Dio ispirerà negli uomini sani comportamenti che porteranno alla sconfitta di questo terribile virus che sta sconvolgendo il mondo.

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Analogie

Tante sono le analogie tra ciò che sta succedendo in questi giorni e quello che Alessandro Manzoni descriveva in un capitolo dei Promessi Sposi: superficialità iniziale,  aumento impressionante dei contagi che vede la Lombardia al primo posto nella mappa della diffusione del Coronavirus, così come lo era stata per la peste, ricerca del cosiddetto paziente numero uno, “il portator di sventura”, come lo definiva lo scrittore, i supermercati presi d’assalto come era successo per i forni milanesi e poi … tanti provvedimenti, tante parole. E’ un periodo questo, in cui tutti siamo presi da un senso di smarrimento, in cui tante certezze sono crollate, un  periodo che, come era successo per il terremoto del 1980, ci sta segnando così tanto che, quando passerà, parleremo di un prima e di un dopo.  Tante sono le immagini, le storie, le informazioni che costantemente i mezzi di comunicazione ci mostrano; un’immagine in particolare mi ha fatto piangere e mi fa venire un groppo alla gola ogni volta che viene riproposta: il corteo dei mezzi dell’esercito che portano decine di salme verso altri cimiteri, poiché quello di Bergamo non riesce più a contenere i suoi morti. Ancora Manzoni si è affacciato nella mia mente con uno dei passi più belli dell’intero romanzo, quello di Cecilia, la bimba morta di peste che la madre porta in braccio verso il carro dei monatti. L’ha pettinata, l’ha vestita a festa; chiede di poterla adagiare con le proprie mani sul carro e offre dei soldi ad uno di quegli uomini facendosi promettere che avrà riguardo per quel corpicino. La bacia dicendole addio, sa che di lì a breve anche lei e l’altra figlia moriranno di peste, ma non ha voluto far mancare alla figlia la sua vicinanza … Quegli uomini, quelle donne, le cui salme sono state trasportate dai mezzi dell’esercito sono morti da soli, nessuna persona cara ne ha potuto accarezzare la mano o il volto. Una morte terribile! Il Signore ci dia la forza di vivere questo momento. Voglio concludere questo mio post con uno stralcio dell’ultima canzone di Mr. Rain, Fiori di Chernobyl, che Don Andrea ci ha commentato  mercoledì scorso durante  una riunione Smart di Azione Cattolica. Può essere vista come un dialogo tra l’uomo e Dio che ci dice:

Se questa notte piove dietro le tue palpebre 
Sarò al tuo fianco quando è l’ora di combattere 
Portami con te 

 

E a lui dobbiamo  rispondere

Ti porterò con me . Tu mi hai insegnato che se cado è per rinascere
Che un uomo è forte quando impara ad esser fragile
Portami con te
Ti porterò con me.

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Questione di … sguardi

A volte mi chiedo: meglio una cattedrale vuota o una chiesetta strapiena? Senza dubbio una cattedrale è sempre una cattedrale, ma la “mia” chiesa, quando è piena di fedeli, per me è più di una cattedrale. Ieri sera il  pubblico era quello delle grandi occasioni, anzi no, non c’erano autorità né guest star… era semplicemente l’insieme di quei fedeli che frequentano la Parrocchia e sono particolarmente legati alle statue del Crocifisso e dell’Addolorata,  di cui quest’anno ricorre il centenario dell’arrivo a Pucciano. Sì, da cento anni queste statue accompagnano il percorso quaresimale di questa comunità e sono il simbolo della processione del Venerdì Santo, che è molto più antica di loro, anche se sicuramente questa diventò più suggestiva con il loro arrivo. Il fatto che il Crocifisso abbia le braccia snodabili ci permette sia di vederlo in croce nella sua cappellina per tutto l’anno, sia di vederlo deposto e baciato alla fine della Processione. Non sappiamo chi ha realizzato queste statue, ma di certo sono stati curati tutti i particolari, come le ferite, il panneggio, la muscolatura. Più di ogni altra cosa ciò che colpisce di entrambe è lo sguardo intenso e non a caso  il tema di questo “evento centenario” sarà proprio “Sguardi di passione”.  Di sguardi ci ha parlato  Don Antonio, che ha guidato la Parrocchia dal 1999 al 2011 e che, invitato da Don Andrea,  ci ha presentato la Passione facendo riferimento anche alla spiritualità di Fatima. Egli ci ha invitati a vivere la Processione non da spettatori ma da protagonisti e per fare in modo che ciò avvenga bisogna calarsi nell’avvenimento, fare in modo che ci coinvolga. Guardare Gesù Crocifisso significa entrare nel suo cuore come fa Maria quando incrocia lo sguardo del Figlio. Grazie a questi incroci di sguardi non sono più io che vivo ma è Cristo che viene a vivere in me. Cristo deve entrare in me, deve appartenermi e solo così potrò fare esperienza della Pasqua da protagonista.

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